Berillorosso

Diga del Vajont  

(Dolomiti Friulane e d’Oltre Piave)

(Agosto 2015) 

La Valle del Vajont è una valle alpina del Veneto e delFriuli-Venezia Giulia, situata rispettivamente tra le Province di Belluno e Pordenone, è percorsa dal torrente Vajont da cui prende il nome, il quale confluisce nel Piave in prossimità di Longarone.

La Valle del Vajont appartiene al Gruppo delle Dolomiti Friulane e d’Oltre Piave, riconosciute Patrimonio dell’UNESCO.


Negli ultimi decenni il luogo è diventato tristemente famoso per la Diga del Vajont e soprattutto per la colossale frana del Monte Toc che crollando nel lago artificiale creato dalla diga ha causato, il 9 ottobre 1963, un disastro senza precedenti, con la morte di quasi 2.000 persone.


Una visita in questa Valle ha un impatto emotivo molto forte e richiede prima di tutto un grande rispetto: per le persone decedute, per i superstiti che hanno visto e vissuto sulla loro pelle una tragedia che si poteva evitare, per la quale si possono solo lontanamente immaginare le emozioni e i pensieri, e infine anche per i luoghi, che portano ancora oggi i segni di quello che è accaduto.


Riteniamo sia una visita importante da fare per non dimenticare ciò che è stato, con la speranza che errori imperdonabili come questo, non si ripetano mai più.


Prima delle tappe in cui abbiamo suddiviso la visita (che complessivamente dura una giornata piena), riportiamo di seguito una sintetica cronologia degli eventi per meglio inquadrare la situazione dal punto di vista storico, geologico e ambientale dei vari luoghi colpiti dalla catastrofe e delle persone che hanno avuto un ruolo chiave nella vicenda.

Cronologia sintetica degli eventi

1928 – La SADE (Società Adriatica Di Elettricità) individua nella Valle del Vajont il luogo adatto per realizzare un lago artificiale di grandi dimensioni, utile a produrre energia idroelettrica. Sulla base della relazione geologica del famoso geologo Giorgio Dal Piaz, l’Ing. Carlo Semenza progetta la Diga del Vajont.


1943 – Viene approvato il progetto della diga. 

1957 – La SADE inizia i lavori di costruzione della diga e già durante la costruzione ci si accorge che il terreno è franoso. Nascono alcuni dubbi ma i lavori procedono.


1959    – La costruzione della diga è ultimata: alta 261,50 metri, era all’epoca la diga più alta del mondo (oggi è la quinta diga più alta del mondo). 

Nel mese di marzo, frana la diga di Pontesei,situata a soli 10 km dal Vajont, ma nessuno le presta la dovuta attenzione. La frana presenta infattisorprendenti analogie con quella che quattro anni dopo si verificherà al Vajont. Solo la giornalista Tina Merlin avrà il coraggio di denunciare il potenziale pericolo rappresentato dalla diga del Vajont e dalla SADE.


1960    – Hanno inizio le prove di invaso della diga che avranno un ruolo chiave nel disastro. 

Il 9 febbraio, in concomitanza con la prima prova di invaso, si stacca la prima frana dal Monte Toc. L’Ing. Carlo Semenza, progettista della diga, preoccupato per la situazione, affida al figlio geologo Edoardo Semenza l’incarico di condurre una perizia geologica. Nella relazione, che non sarà mai inviata dalla SADE agli organi di controllo, si evidenzia il rischio che l’acqua dell’invaso possa rimettere in movimento l’antica frana del Vajont.

Nel mese di novembre si stacca un pezzo di roccia dal Monte Toce contemporaneamente compare sulla montagna una fessura lunga 2,5 Km a forma di M. Si tratta del profilo della futura frana del 9 ottobre, tuttavia verrà spiegato che la fessura è dovuta a movimenti superficiali del terreno.


1961 – Il geologo Muller, in un’ulteriore relazione geologica, stima che la frana che si staccherebbe dal Monte Toc sarebbe pari a 200 milioni di metri cubi e che la sola misura di sicurezza è abbandonare il progetto della diga. Nemmeno la sua relazione sarà inviata dalla SADE agli organi di controllo. La giornalista Tina Merlin continua con coraggio a denunciare il potenziale pericolo per gli abitanti dei paesi vicini alla diga, Erto e Casso. La SADE farà costruire dall’Università di Padova un modellino idraulico che simulerà in modo perfetto la catastrofe che poi, si verificherà due anni più tardi e le stesse misure condotte sul Monte Toc evidenziano inoltre che la frana è profonda e non superficiale, ma nonostante queste evidenze, le prove di invaso della diga proseguono.


1962 – Viene nazionalizzata l’energia elettrica e quindi la SADE dovrà vendere la diga al nuovo Ente appena istituito ovvero l’ENEL. In questa fase entrano in gioco gli interessi economici che purtroppo, porteranno definitivamente alla catastrofe. La SADE aveva tutta la convenienza a vendere una diga già operativa piuttosto che ancora in fase di verifica, perciò accelerò le procedure di collaudo, proprio quando tutti i segnali invece suggerivano di non proseguire.


1963 – Il 14 marzo la diga collaudata passa all’ENEL e ad aprile si accentua ancora di più la fessura sul Monte Toc, con avvallamenti nel terreno, alberi inclinati e scosse sismiche.

Il 9 ottobre, già dalla mattina, gli operai della diga notano ad occhio nudo i movimenti della frana, ma con il passare delle ore la situazione peggiora rapidamente. Alle ore 22.39 la frana si stacca come un corpo unico, 260 milioni di metri cubi di roccia cadono nel lago artificiale prodotto dalla diga, profondo 700 metri. La caduta genera un’onda d’acqua che si divide in due direzioni: una investe Casso, Erto e altri piccoli villaggi posti lungo il lago artificiale, l’altra scavalca la diga e si riversa nella valle del Piave. Longarone (che si trova proprio sotto la diga del Vajont, insieme a Codissago e Castellavazzo) viene prima rasa al suolo dall’onda d’urto dovuta allo spostamento d’aria dovuta al distacco della frana e subito dopo investita dell’enorme massa d’acqua che, in parte risale anche il fiume Piave, arrivando fino a Ponte nelle Alpi, percorrendo in una manciata di secondi ben 12 Km. L’onda provoca complessivamente 1917 morti: 1450 a Longarone, 109 a Castellavazzo, 158 a Erto e Casso e 200 persone di altri Comuni. I feriti sono pochissimi, in tutta la zona le uniche opere umane che hanno resistito all’impatto dell’onda, senza danni, sono la diga del Vajont e il campanile di Pirago, nel Comune di Longarone. 

1° tappa: diga del Vajont

Il primo contatto con questi luoghi non può che iniziare dalla visita guidata al coronamento della diga, la cui realizzazione è stata la causa del disastro. La visita al coronamento si svolge accompagnati da una guida, dura un’ora e mezza e costa 5 euro. Ci sono anche altri tipi di visite di durata più lunga, dove le guide che accompagnano sono i sopravvissuti alla catastrofe, accaduta quando erano poco più che bambini. Uno dei sopravvissuti più conosciuti è sicuramente lo scrittore Mauro Corona, abitante di Erto, che nei suoi libri spesso racconta la drammatica esperienza e i segni lasciati nella memoria e nell’ambiente violentato dalla costruzione della diga. La visita al coronamento è interessante in quanto la diga, nonostante tutto, rappresenta un capolavoro di ingegneria a livello mondiale ed è tutt’oggi visitata da ingegneri provenienti da tutto il mondo. È la quinta diga più alta del mondo, è a doppia curvatura ed è interamente costruita in cemento senza nessuna componente in acciaio. Ha resistito in modo incredibile alla frana e all’onda che ha scardinato solo la strada costruita sopra la diga, ma non ha causato altri danni. Camminando lungo il coronamento della diga si nota l’altezza impressionante e si scorge in basso Longarone e dall’altro lato i cumuli della frana, che ha completamente riempito il lago. Le sensazioni durante la visita sono difficili da descrivere e molto personali, un misto di paura, incredulità, tristezza e rabbia, molta rabbia, che le persone del luogo portano ancora dentro di sé.

2° tappa: Erto

Dalla diga del Vajont si prende l’auto e si segue la strada verso Erto. Durante il percorso ci sono un paio di punti di sosta dove è possibile vedere benissimo la nicchia di frana a forma di M sul Monte Toc, lunga 2,5 Km. Questa è la cosa che davvero fa rabbrividire, in quanto ci si rende conto delle dimensioni che poteva avere la frana, del rumore che può aver prodotto il suo distacco e l’enorme violenta massa d’acqua che ha movimentato. Erto è un classico paesino di montagna, molto bello e caratteristico, con case e viottoli in pietra e piccole botteghe di artigianato locale.  La nostra visita inizia dal centro storico dove, con tanta fatica e umiltà, gli abitanti stanno ricostruendo le case per tornare ad abitare nel proprio paese. Dopo la frana del Vajont infatti, gli abitanti di Erto e Casso furono obbligati ad andarsene, ed Erto e Casso vennero trasferiti in un’area vicina a Maniago a 50 Km di distanza, ribattezzata con il nome Vajont. Questo fu una tragedia nella tragedia, oltre al danno della frana e alla perdita di tutto, anche l’obbligo imposto di andare altrove; si può ben capire quindi la rabbia che si respira passeggiando per le strade di Erto e leggendo le scritte presenti sui suoi muri. Appena superato il centro abitato e la piccola chiesa, c’è un sentiero che si addentra nel bosco e costeggia il torrente Vajont: noterete un traliccio della corrente accartocciato a causa dell’onda che lo ha colpito e che è stato lasciato così in segno di ricordo. Consigliamo infine una sosta al Centro Visite di Erto alla mostra “La catastrofe del Vajont” dove si possono vedere le foto storiche prima, dopo e durante il disastro, alcuni modellini, gli attrezzi e i vari oggetti recuperati.

3° tappa: Casso

Dopo Erto si riprende l’auto e si torna in direzione della diga del Vajont, seguendo le indicazioni per Casso. Il paese, altrettanto caratteristico con le sue case in pietra, si trova proprio sopra la diga del Vajont, collocato in una sorta di balconata naturale. Da Casso si ha una visuale completa della nicchia di distacco della frana del Monte Toc e della diga sottostante.

° tappa: Longarone

Dalla diga del Vajont si percorre la strada che scende fino al fiume Piave e al paese di Longarone.  Longarone è stata completamente rasa al suolo dall’onda prodotta dalla frana e negli anni è stata ricostruita. Consigliamo una passeggiata per il centro storico, una visita al museo “Vajont-attimi di storia” e un buon gelato, in una delle gelaterie del paese. Longarone è famosa nel mondo per i suoi maestri gelatai e proprio questo aspetto ha potuto limitare il bilancio delle vittime del disastro. I gelatai di Longarone infatti negli anni 60, si recavano nei mesi estivi a lavorare nelle gelaterie in Austria e Germania e poi, rientravano in Italia circa a metà ottobre. Il 9 ottobre 1963, data del disastro, il paese di Longarone non aveva quindi ancora raggiunto il numero completo dei suoi abitanti, in quanto molti erano ancora all’estero per lavoro, e quindi, se la frana fosse accaduta solo pochi giorni dopo, il numero dei morti sarebbe stato ancora più elevato…una magra consolazione certo, però è proprio dall’industria gelataia che Longarone è riuscita a ritrovare la forza per ripartire e ricostruire. La tappa a Longarone poi si può concludere anche con una sosta al campanile di Pirago e al cimitero delle vittime del Vajont a Fortogna. 


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